Shonen manga, una prospettiva storica (1985-87)

di Regola 13

 

Bentrovati a tutti. In apertura volevo ringraziare per la partecipazione mostrata la volta scorsa: un po’ mi aspettavo svariati interventi dato il titolo in esame, ma sono soddisfatto di come sia stata affrontata la questione, e spero di leggervi in tanti anche quando parlerò di manga meno noti. Tuttavia, tali reazioni, mi paiono abbastanza scontate se penso che siamo ancora nella fase in cui le opere trattate sono vecchie e sedimentate, e non si portano appresso troppe diatribe legate alla bandiera di appartenenza… vorrei solo ricordare questo mio spirito, questo mio volere procedere soprattutto per modi di essere e contestualizzazione storica piuttosto che per pregi e difetti, anche quando tratterò autori moderni. Tutto il mio impegno è speso al fine di rispecchiare precisamente questa mia intenzione senza scadere mai in sterile polemica. Sarò polemico in un certo punto di questa lunga analisi… ma si tratterà di una questione particolare.

 

 

Kurumada. Oh che bello. Sabato ho pubblicato la notizia riguardo al film in computer grafica, e probabilmente la mia reazione, che non nego sia parsa troppo entusiasta anche al sottoscritto solo poche ore dopo, è chiaramente stata influenzata dal fatto che esco da una full immersion per scrivere questa parte. Cosa che mi ha poi fatto ri-analizzare la questione alla ricerca di una presunta obiettività, ma rispetto al manga di Saint Seiya, non per il film, di cui parleremo quando e se verrà il momento. Quindi torniamo indietro al 1985 (ufficialmente il Gennaio 1986) sempre su Weekly Shonen Jump, in cui inizia questo manga abbastanza strano per quello che era il tema dominante dell’epoca: a differenza dei lavori precedentemente citati, Kurumada propone un titolo in cui la figura del protagonista è meno dominante rispetto ai suoi compagni, in cui tutti hanno un ruolo vitale e la vittoria è il risultato dell’impegno e della collaborazione e non dell’estro di un primo tra i primi. Non c’è un personaggio il cui contributo sia minore rispetto a quello di un altro (siate buoni con Shun/Andromeda, suvvia..), sebbene al protagonista venga lasciato comunque il palco per l’esibizione principale. In questo senso Kurumada era avanti di dieci anni, sebbene il suo stile di disegno fosse già vecchio di dieci anni per gli standard di Jump: è questa la sua più grande eredità, se volete la mia opinione, poichè un manga incentrato troppo sul protagonista può essere bello ma è limitato per ovvie ragioni. Se volete, accade un po’ come nei Super Sentai (per esempio i Power Rangers) in cui viene costruito un gruppo e le dinamiche al suo interno sono implicite, non resta che scegliere il proprio preferito. Chi sceglie Shiryu/Sirio come me?

 

 

Siccome per la Shueisha successo vuole dire anime ben presto arriva questo adattamento, ed è un successo planetario, anzi, galattico. I problemi nascono successivamente… sebbene il manga non abbia mai riscontrato un vero e proprio calo di gradimento, il pubblico non ha tollerato la parte di Asgard presente unicamente nella versione animata: questo crollo di ascolti convinse la Shueisha a cancellare la realizzazione della saga di Hades, e chiudere anche il manga, in fretta e furia con un bel finalone aperto in cui non si sa che fine faccia il protagonista, e in cui compare infine sua sorella, personaggio che Seiya/Pegasus inizialmente voleva ritrovare ma di cui aveva dimenticato l’esistenza poco dopo aver ottenuto il Cloth del Pegaso. Certe volte la storia è veramente buffa… un autore molto noto, che in passato aveva inserito Saint Seiya tra i manga che più lo avevano influenzato, ha visto l’interruzione prematura della sua serie anime seguita dall’annuncio della conclusione del manga: sto parlando di Tite Kubo (intervista del 2008). L’unica differenza è che Kubo ha avuto parecchio tempo per orchestrare il finale, Kurumada dovette già chiudere nel 1990. Il resto della storia un po’ la conosciamo tutti: non riuscendo a riproporre un manga di successo Kurumada venne in pratica licenziato dalla Shueisha e cercò rifugio nella Kadokawa Shoten per cui disegnò Bt’x, per poi spostarsi nell’Akita Shoten dove, martellando senza nessun indugio sta portando avanti con progetti paralleli il marchio Saint Seiya fornendoci spin-off e prequel che potranno far contenti i fan, ma che per certi versi lasciano il tempo che trovano. In qualche modo, comunque, Next Dimension (che vende abbastanza da garantirsi la sopravvivenza) rappresenta un po’ il naturale sviluppo di Saint Seiya per come era stato pensato da Kurumada quando ancora la Shueisha credeva in lui. Per questa, e per tante altre ragioni, Kurumada è conosciuto come l’autore tra i grandi degli anni ’80 ad aver venduto, spremuto e ridicolizzato maggiormente il suo titolo di maggior successo. Altra caratteristica nota ai più, inoltre, è il suo utilizzo spregiudicato dello Star System di Tezuka, tecnica narrativa secondo cui gli autori manga hanno un unico organico di personaggi che utilizzano in modo differente nelle varie storie, variando temi, circostanze e piccoli dettagli grafici. Questa pratica è ancora molto forte, sebbene al giorno d’oggi sia stata modellata e piegata per rispondere a esigenze diverse: rimane un dato di fatto, comunque, che ogni autore abbia le sue figure ridondanti, e con il suo continuo appoggiarsi al marchio dei Cavalieri, Kurumada ha reso particolarmente evidente quest’altra eredità del papà dei manga.

 

 

Kurumada arriva al successo in ritardo rispetto a molti dei suoi colleghi, nel 1986 ha infatti 33 anni, ma si ritrova con l’esperienza necessaria per metabolizzare e presentare una variazione del linguaggio shonen strutturato nella prima metà del decennio. Il suo, se vogliamo, è stato un lavoro di sintesi in cui svariate correnti sono state fatte coinvolgere in una, e se permettete, è stato attentamente sfruttato il fatto che le Olimpiadi del 1988 si tennero a Seoul: in quegli anni in Giappone non si era tornati a volere solo manga sportivi, ma c’era sicuramente attenzione anche alla concettuale grecità con cui le Olimpiadi vanno a braccetto. E Saint Seiya è pieno di questa olimpionica grecità, presenta elementi shonen mischiati a mitologia, ma le prime parti non sono ancora prive dell’attenzione per lo sport che Kurumada ha sempre mostrato, essendo a sua volta appassionato di pugilato. Tant’è che l’attacco principale, che può cambiare nome o forma, è quasi sempre un pugno. E poi non dimentichiamoci che uno dei combattimenti più belli avviene proprio in un ring…

 

 

Ma non c’è solo questo, perchè oltre alle tematiche classiche del genere shonen, come amicizia, coraggio, amore e spirito di sacrificio, Kurumada decide di arricchire i suoi personaggi con una volontà d’acciaio, destinandoli all’ingresso nell’Olimpo degli eroi che mai si arrendono e mai dimenticano la loro missione, la loro fede. È uno shonen ingenuo, eppure trascinante, nella sua puerile ostentazione della dinamica “volere equivale a potere“, in cui è lo spirito che conta, che domina e plasma la carne rendendola più forte e incrollabile. Perchè senza il cuore e il coraggio le armature sono solo semplici pezzi di ferro, e quindi abbiamo quelle scene in cui i Cavalieri bruciano il loro Cosmo, consumano se stessi in un’estasi di valore e onore, miscelati dall’orgoglio provato per la posizione che occupano e per la loro costellazione protettrice. Ma soprattutto per Atena, questa divinità praticamente in fasce che vuole rappresentare giustizia e rettitudine, ma che ha bisogno dei suoi fedeli Cavalieri poichè senza è spesso impotente: vi sono un idealismo e un simbolismo molto forti presenti nel manga di Kurumada, che spesso cede quasi al cieco fanatismo per cui i personaggi, buoni o cattivi, agiscono in base al loro credo al punto che non si esige altra spiegazione al loro operato. Perchè come ci suggerisce il titolo originale, la loro prerogativa è di realizzare miracoli proprio come i Santi.

 

 

Sempre sul filone dei taumaturghi, il 1987 è l’anno della comparsa su Jump della famiglia Joestar, per mezzo della matita di uno degli autori più caratteristici di questa rivista, Hirohiko Araki. Ho parlato ampiamente delle prime due serie di questo manga nella mia Jojopedia, ma voglio tornare a farlo brevemente in questa sede, anche per sottolineare alcuni aspetti importanti di uno di quegli autori che, sebbene non abbia fatto direttamente molto per il genere shonen, si è ritrovato essere spesso nelle vesti del suggeritore. L’opera di Araki è strettamente collegata a quello che è lo sviluppo di un suo stile personale e irripetibile, che lo rende uno di quegli autori inimitabili sotto parecchi punti di vista nel panorama fumettistico giapponese: non tanto perchè i suoi risultati siano migliori di quelli di altri, anzi, tendono ad essere piuttosto altalenanti… semmai per un’individualità che non può in nessun modo trovare ripetizione.

 

 

Le bizzarre avventure di Jojo è uno dei manga più lunghi attualmente in circolazione, conta infatti all’incirca 110 volumi del formato tankobon (non ho controllato ma siamo lì, volume più volume meno) pubblicati nel corso di venticinque anni dal primo capitolo: eppure questa serie è segnata soprattutto dall’eterogeneità delle varie parti della storia della famiglia Joestar, che dimostrano, in qualche modo, come col passare del tempo gli autori sentano la necessità di rinnovarsi e cambiare il proprio stile di narrazione. Certo, è possibile notare questi rimescolamenti interni nello stile di ogni autore che sia stato alle prese con opere dalla durata decennale, ma il vantaggio di Araki è stato quello di aver agito sentendosi meno vincolato al passato rispetto a molti dei suoi colleghi, senza correre il rischio di essere accusato per incoerenza. Quando Araki ha terminato un corso narrativo mette un punto conclusivo e passa oltre, rimescola le carte come più gli fanno comodo mantenendo unicamente i suoi leitmotiv, che gli permettono un collegamento cronologico o concettuale tra le varie parti della sua saga. E per questo Araki può permettersi finali che pochi azzarderebbero, uccidendo personaggi e demolendo senza alcuna pietà quello che aveva pazientemente costruito con anni di lavoro.

Polnareff è il mio personaggio preferito di tutto Jojo.

 

Questo vuol dire, tuttavia, che non tutti finiscono per apprezzare Jojo in tutta la sua ampiezza, e ogni persona indica sempre alcune parti (e personaggi) che apprezza maggiormente rispetto alle altre. Ciò su cui molti sono d’accordo è la validità, la forza e la freschezza narrativa delle prime due parti (Phantom Blood, e Battle Tendency), e molti altri acclamano la terza serie per la sua potenza narrativa chiaramente shonen (Stardust Crusaders); tra le serie con gli Stand, concetto creato da Araki che gli ha permesso di standardizzare la creazione dei poteri dei personaggi (abbandonando il troppo vasto e complicato modo di operare con le Onde Concentriche), personalmente preferisco tra tutte Stone Ocean, la sesta, per il ritorno delle risse e delle scazzottate che erano venuta a mancare con le raffinate e arzigogolate battaglie di astuzia e logica in Diamond is Unbreakable e Vento Aureo; due serie che comunque apprezzo, ma che mostrano quanto in quegli anni Araki fosse tormentato dalla decisione di individuare la sua evoluzione stilistica. La svolta storica avviene durante la settimana serie, Steel Ball Run, che dopo aver visto pubblicati i suoi primi quattro volumi su Weekly Shonen Jump è stata spostata su Ultra Jump, rivista seinen mensile della Shueisha. Il messaggio è chiaro: il linguaggio narrativo di Araki è troppo ampio e complesso per essere ancora considerato shonen, il suo uso continuo di morte e sessualità come vettori narrativi di grande impatto mal si accompagna con quella che è la strada intrapresa da Jump nel 2004, anno in cui già uscivano da diverso tempo i manga più letti di questo e dello scorso decennio.

 

 

Araki rimane uno di quegli autori di riferimento, essendo stato uno dei primi ad aver introdotto l’uso di una spiegazione ben strutturata (spesso fantascientifica, nel caso di Jojo) per giustificare gli esiti delle azioni dei suoi personaggi. La differenza rispetto a molti autori che hanno accolto questo stile, ma seguono comunque il filone dragonballiano dello shonen, è che Araki si appoggia più di tutti alla biologia, alla fisica, alle scienze in generale, sfruttando parecchio anche la sua abitudine a informare il lettore su inimmaginabili stranezze e misteri di questo mondo. Per esempio, laddove molti autori si sono applicati per gestire sistemi energetici permettendo ai loro personaggi di utilizzare le fiamme come arma, Araki preferisce lasciare la spiegazione a monte (uno Stand, per esempio) e focalizzarsi piuttosto sul fenomeno della combustione (forse è un esempio non tanto corretto, ma penso renda chiara l’idea). Per non parlare poi dell’uso che fa della musica rock occidentale, che lo rende immediatamente simpatico a molti lettori: spesso mi ritrovo a invidiare le sue conoscenze in quest’ambito.

 

 

Il lavoro di Araki non solo è tenuto in considerazione come fonte di ispirazione da molti autori moderni (soprattutto le prime serie, come dicevo) ma è anche spesso citato, ed è possibile trovare di tanto in tanto frammenti di Jojo in qualche manga della Shueisha e non, così come Araki ha citato a sua volta in modo abbastanza palese opere di suoi altri colleghi (Koichi Hirose, nella quarta parte, a volte ricorda Gohan in versione Super Sayan 2; nella sesta serie Araki nomina palesemente i personaggi di Hokuto no Ken). Tuttavia, nonostante questi riferimenti in qualche modo sempre presenti, e il ritorno di fiamma della passione per i suoi manga negli ultimi tempi (grazie alla spettacolare serie anime delle prime due parti della saga), Araki da una decina di anni ha irrevocabilmente intrapreso un percorso solitario: il fatto stesso che l’autore, attualmente al lavoro sull’ottava parte Jojolion (che trovo, allo stato attuale, migliore della settima), abbia annunciato che la nona parte sarà quella conclusiva delle peripezie Joestar, lascia intendere che abbia anche tracciato precisamente la strada che vuole percorrere. Come sempre, quando si parla di manga si ha spesso a che fare con autori che conoscono il punto di partenza e di arrivo, ma quello che ci interessa e che deve essere valido resterà sempre e comunque il percorso.

 

 

Anche per oggi abbiamo finito, ringrazio nuovamente per l’attenzione e spero di essere riuscito a fornirvi un articolo interessante, nonostante la mia tendenza a essere dispersivo. Per la prossima volta (datemi qualche giorno, come sempre) posso anticiparvi che usciremo finalmente dalla Shueisha e da Weekly Shonen Jump, per andare a vedere che cosa si faceva per il metalinguaggio shonen in Shogakukan e Kodansha…

 

Commenti (13)

  1. Ok, letto. Mi piace, anche se mi aspettavo un massacro letterale di Kurumada, da come eri partito. Alla fine ti sei “trattenuto” e forse non stato un male. Su Araki, invece, sei andato troppo leggero: secondo me potevi martellarlo un po’, soprattutto sul fatto che in certi momenti si percepisce un netto distacco tra storia e grafica. Comunque, bel lavoro come sempre!

    1. “(..) ma che mostrano quanto in quegli anni Araki fosse tormentato dalla decisione di individuare la sua evoluzione stilistica” un modo educato di dire “non sapeva dove sbattere la testa”.

      C’era da lasciarsi andare nella demolizione, ma evito anche per non andare troppo nello specifico, e per mantenere un tono moderato.

  2. Questo commento sar un bel p distaccato dal discorso “jojo e saint seiya”. Volevo solo dire ancora una volta che vi seguo da anni (pi o meno da 6 anni, o gi di li): ho visto alti e bassi, difficolt superate, taaante tante idee passate per questo ottimo sito (che ritengo uno dei migliori sul web), ma continuate SEMPRE a farmi pensare “miseria! sono bravi, sono informati su quello che scrivono, sono simpatici, hanno una volont di ferro nel mandare avanti il sito e il forum! Sono grandi!”.
    Ecco, non volevo sembrare troppo lecca-culo, ma esattamente quello che penso! Soprattutto ultimamente, con tutte le rubriche che portate avanti, mi piace un macello questo sito! Complimenti Regola per l’ottimo articolo, molto interessante (complice anche la presenza di 2 manga che adoro XD XD)!
    Ma soprattutto: COMPLIMENTI KOMIXJAM! Complimenti a tutti quanti, nessuno escluso 😀

    1. Beh, che posso dire… grazie da tutto lo staff!

  3. Non avevo mai visto Saint Seiya da questo punto di vista. In effetti il fatto che il protagonista sia meno centrale rispetto ad altri shonen effettivamente vero.
    E’ normale che mi piacevano di pi i cavalieri d’oro, che non i protagonisti? Non lo so c’era una sorta di “alone di figaggine”, in quei tizi vestiti tutti d’oro ognuno con una propria costellazione dello zodiaco ed ognuno ugualmente importante e potente.

  4. Sar che ho quasi 40 anni ma jojo e araky mi sembrano pur nella pazzia dell autore i migliori manga mai fatti

  5. Tranne fish… quello dai era imbarazzante XD

  6. Un altro bell’articolo Regola, sul quale per mi posso esprimere solo a met, (non avendo ancora letto una singola avventura di Jojo).

    Premesso questo, ho sempre apprezzato Saint Seiya anche per la gestione, (se cos la vogliamo chiamare), che Kurumada ebbe dei propri protagonisti: concordo pienamente quando dici che Pegasus, pur essendo il protagonista, non era solo sulle scene. E’ forse questo il pregio pi grande che darei a quest’opera, (dato che comunque le altre caratteristiche rimangono sulla linea classica dello shonen: gli eroi non s’arrendono mai, il male non trionfa, un po’ di sane mazzate).

    Un altro elemento che ho sempre apprezzato, l’utilizzo di elementi presenti nella mitologia greco-romana, (anche se molto limitati alle costellazioni.

    Peccato per Kurumada, al quale non deve essere sicuramente piaciuta la stroncatura del suo manga. Peccato anche per quello che ha fatto poi, ovvero smerciare la sua opera in tutti i modi con risultati altalenanti, (e in alcuni casi tremendi).

    Va b, chiudo qui, dispiaciuto di essermi potuto godere solo met di questo articolo. Aspettiamo il prossimo articolo, (che possa avere un eroe mascherato come protagonista?)

    1. Non mi preoccuperei troppo riguardo alla possibilit o meno di esprimersi ( vero che per farlo bisogna comunque aver letto un po’): mi spiego, uno dei miei principali obiettivi anche ricordare e nominare tanti titoli che hanno appassionato milioni di lettori. Ammesso e concesso che non si pu aver letto tutto (io stesso, ogni volta che leggo un manga ne spuntano altri due che mi interessano) anche importante sapere dell’esistenza di certi lavori, e tenerli presenti se si interessati a una visione d’insieme. Poi, se la mia ricostruzione porta le persone a leggere un titolo che non conoscevano, lo considero un qualcosa in pi.

      1. Hm, non vorrei essere stato frainteso. Ho comunque letto con piacere la parte riguardante Jojo, anche se purtroppo non avevo punti fermi a cui approcciarmi, (ad esempio, coi nomi delle saghe).

        Jojo una delle tante opere che non ho letto, ma che avrei messo in agenda, (che dovrei puntualmente riorganizzare).

      2. Tranquillo, non ho frainteso, ho solo pensato di approfittare dell’occasione per presentare un aspetto di questi articoli che avevo lasciato intendere un po’ implicitamente.

        Se vuoi approcciarti a Jojo ti consiglio, oltre al manga, di dare un’occhiata alla serie anime del 2012, perch adatta le prime due parti del manga senza aggiungere o cambiare elementi (anzi, possibile procedere nella visione col fumetto alla mano).

      3. Ah, ok, allora avevo frainteso io. :mrgreen:

        Avevo gi sentito delle belle voci riguardo all’anime di Jojo. Mah, magari incomincio cos. Grazie di tutto.

  7. Di Saint Seiya (io lo chiamo ancora i cavalieri dello zodiaco… ;)) ho sempre preferito la serie tv animata piuttosto che il manga proprio perchè c’era anche la saga di Asgard che è una delle più belle.

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