Kagemusha – Il terzo guerriero ombra – Approfondimento KJ

di shikaku Commenta

Partiamo subito chiarendo che Kagemusha – Il terzo guerriero ombra ha ben poco da spartire con Kagemusha – L’ombra del guerriero, celeberrimo film del maestro Akira Kurosawa e pietra miliare fra i film storici sul Giappone feudale. Abbiamo comunque a che fare con un ottimo esempio di seinen storico che condivide con il capolavoro cinematografico l’epoca in cui le storie sono ambientate e il “mestiere” del protagonista.
Il kagemusha (letteralmente guerriero ombra) è in pratica un sosia di cui un signore feudale poteva servirsi in determinate occasioni per essere sostituito. Siamo infatti nel bel mezzo dell’epoca Sengoku, nota anche come periodo degli stati combattenti, una fase storica che vede il Giappone frantumato non solo dal punto di vista amministrativo in tanti Stati, ma anche politicamente e militarmente con signori feudali in continua lotta fra loro e sempre in pericolo di vita.
Questo mondo è stato abilmente ricostruito da Norio Nanjo nel romanzo “Daisan no kagemusha”, opera risalente agli anni sessanta dello scorso secolo e già adattato in un film, prima che Hirotaka Kurofuji ne utilizzasse il soggetto per disegnare, a partire dal 2007, il suo manga per la Leed Publishing. Si tratta di un autore non molto famoso a differenza di Nanjo, che, oltre ad essere uno scrittore importantissimo, è noto fra gli appassionati di fumetti soprattutto per aver ispirato Shigurui.

Mentre questo più famoso seinen storico di Takayuki Yamaguchi si colloca già nel periodo Edo, Kagemusha ci permette di rivivere la confusione e la frenesia degli eventi che caratterizzano invece l’epoca Sengoku facendo in modo che personaggio protagonista e lettore siano inizialmente sullo stesso piano. Entrambi sono infatti lontani da quel mondo di lotte intestine e guerre continue: il lettore per l’ovvia barriera temporale, mentre per il protagonista la distanza è spaziale visto che tutte le vicende si svolgono nel paese di Hida, un luogo che guardava da lontano ciò che stava accadendo nel resto del Giappone grazie alla natura impervia delle montagne dove è situato.

Ancora più estraneo alle lotte fra signori era certamente poi il villaggio di Amo, un centro contadino dove Kyonosuke Ninomiya conduce un’esistenza tranquilla e semplice lavorando i campi e destinato a sposare la dolce Okuma. Il ragazzo è il secondogenito di un goshi, un samurai di campagna, la cui casata è però ormai decaduta e ridotta in miseria, anche se Kyonosuke rivela una natura ambiziosa, alimentata probabilmente dai racconti di suo nonno sull’importanza e la grandezza della loro famiglia, in passato al servizio addirittura del kanpaku, ossia il reggente dell’imperatore. Questa ambizione si sostanzia essenzialmente nel sogno di divenire un bushi, ossia un guerriero, abbastanza importate da meritare una paga di 100 koku. Un obiettivo tanto grande quanto apparentemente impossibile da realizzare visto il contesto rurale in cui la sua esistenza si era fino ad allora svolta.Il cambio di rotta arriva quando il karo Kashio Kyuzaemon di ritorno da una missione diplomatica al castello di Takado resta colpito da Kyonosuke al quale aveva chiesto indicazioni per Mitaya. Il capo dei vassalli chiederà quindi al padre di poter portare suo figlio con sé per farne un bushi.

Tutto sembra iniziare a girare per il verso giusto: Kyonosuke scoprirà che il suo valore risiede nel fatto di somigliare come una goccia d’acqua ad Ikemoto Yasutaka, signore di Mitaya, e per questo dovrà diventarne il kagemusha. Il ragazzo in realtà non è l’unico a ricoprire questo incarico, anzi, prima di lui erano già stati individuati altri due sosia con i quali dovrà allenarsi per imitare alla perfezione il tono di voce, le movenze, le tecniche di combattimento, il modo di mangiare e persino di fare l’amore del loro signore.

La storia entra da questo punto nel vivo ma allo stesso tempo anche noi entriamo nel vivo dell’epoca Sengoku: in particolar modo il primo volume si rivela essere un vero e proprio piccolo compendio di storia di quel periodo. L’autore ci presenta infatti varie figure, istituzionali e non, che popolano la corte: dal signore feudale, passando per il karo, i vassalli, i messaggeri fino alla rojo (la superiore delle dame da compagnia), mostrandone gli atteggiamenti e i ruoli che occupano in quella società. La caratterizzazione delle diverse figure sociali si riflette inoltre nel modo di parlare, abbastanza gretto e volgare per i contadini e più ricercato invece per i nobili, anche con il frequente ricorso a tradizionali modi di dire.

Questi “attori” sono calati in pieno nel contesto politico dell’epoca, perché nemmeno l’isolamento del paese di Hida impedisce che lo spirito di rivalità e brama di potere si impossessi dei signori feudali dei vari castelli spingendoli a stringere alleanze contro nemici comuni, ma che risultano in fin dei conti estremamente labili e destinate a mutare e contraddirsi nel giro di poche pagine: oggi si festeggia la caduta del castello di Makigahara insieme a quelli di Takada e la notte saranno proprio questi ultimi ad occupare il castello di Mitaya.
Con l’assedio al castello di Makigahara si apre uno squarcio anche su quella che era la guerra nell’epoca Sengoku: le pesanti e resistenti armature indossate dai generali armati di katane; i guerrieri di rango inferiore protetti da più semplici pettorali e tavole di legno usate come scudi e armati di arco o di yari (una sorta di alabarda); l’assenza di macchine d’assedio e quindi strategie basate sull’inganno e sui diversivi e così via.

Proprio le battaglie rappresentano i momenti di sintesi perfetta degli elementi peculiari dello stile di disegno di Kurofuji: un character design dei volti molto moderno, quasi come se quella rappresentata fosse l’accurata ricostruzione di quel mondo fatta da attori dei giorni nostri e che si amalgama benissimo con l’accuratezza e la precisione con cui sono disegnati elementi architettonici, armature e così via. Questa freschezza nei delineare le figure va però a fondersi con una classicità che non può non caratterizzare un’opera storica: il disegno è infatti “sporco”, inchiostrato grossolanamente con il pennello con un tratto che diventa poi particolarmente carico nelle scene di azione. In quelle situazioni anche la divisione in vignette viene fatta col pennello, una particolarità che insieme alle onomapotee finiscono per dare l’effetto di vere e proprie scie di sangue lasciate sulla pagina nelle scene di guerra. Nel complesso il comparto grafico è un vero punto di forza del manga risultando flessibile e capace di adattarsi alle diverse situazioni con diversi stili, riuscendo quindi a conferire al manga una maggior espressività laddove pecca invece la narrazione.

Se infatti è da elogiare l’aspetto didascalico e quasi documentaristico del manga altrettanto non si può dire per la parte romanzesca che risulta affrettata e superficiale, anche se non ci si poteva aspettare più di tanto da un’opera in due soli volumi. Quella che era stata una buona panoramica, certamente non dettagliatemente esplorata ma comunque efficace, della società, della politca e della guerra fa da corposo background ad un intreccio narrativo dove la caratterizzazione del singolo personaggio, l’introspezione psicologica e lo stesso susseguirsi degli eventi risultano un po’ forzati anche tenendo conto dei numerosi spunti che l’idea di base poteva offrire e che risultano spesso affrontati in maniera decisamente superficiale.

Una pecca che diventa maggiormente evidente con i personaggi non protagonisti a partire da Ikemoto Yasutaka, una persona molto piena di sé e del suo ruolo, impulsiva al punto da spingersi nella mischia insieme ai comuni soldati ma la cui scarsa introspezione finisce per farlo sembrare un tipico nobile arrogante stereotipato. Stesso discorso potrebbe essere fatto per le due ragazze innamorate del protagonista e che si dimostrano le tipiche donne dolci e devote al loro amore assoluto e incondizionato. Ma il rammarico maggiore restano gli altri due kagemusha, l’uno soldato stanco dei rischi e dei sacrifici della guerra e l’altro venditore ambulante che vuole aprire un negozio con quello che guadagnerà come kagemusha: ciascuno dei due avrebbe meritato un approfondimento delineando magari come fosse la vita di un soldato in un’epoca di continua guerre e cosa spinge invece un uomo a rinunciare al proprio io quando si hanno dei sogni personali da realizzare e progetti per la propria di vita.

A tal proposito lo stesso tema dell’identità della persona e del rapporto con le maschere che è costretta ad indossare fino quasi a dimenticare la propria essenza è trattato in maniera non troppo elaborata, persino nel protagonista, pur dovendo essere invece uno dei nuclei essenziali del racconto: sono presenti numerosi spunti, domande che Kyonosuke pone su sé stesso e su chi effettivamente sia ma in nessun caso segue una vera e propria riflessione o comunque un tentativo di risposta. Tutto questo viene lasciato al lettore, anche perché molto probabilmente l’autore ha preferito insistere su un altro topos, che è quello dell’ineluttabilità del destino dell’uomo.

Infatti, a partire dalla fine del primo volume e per tutto il secondo, la parte “panoramica” del manga lascia il passo a tutta una serie di intrighi, inganni e tradimenti dal quale il protagonista prova a districarsi lottando, scappando, finanche commettendo degli omicidi, ma tutto risulta vano. Per quanto provi ad adattarsi e a trovare un proprio posto nel mondo che desiderava, anche sacrificando tutto quello che può, quella vita, che in fin dei conti non gli appartiene, continua a rigettarlo come un organo estraneo senza lasciargli alcuna possibilità di tranquillità. Persino quando gli sforzi di Kyonosuke apparentemente riescono ad avere successo offrendogli spiraglio di salvezza per la fuga, l’inevitabilità del fato alla fine ha la meglio sfruttando la sua stessa natura ambiziosa che lo induce a ritornare sui suoi passi e tentare nuovamente di sfidare quel mondo.
Nel finale questi due grossi temi finiscono per riunirsi perchè l’ultimo estremo tentativo di Kyonosuke di ritornare al villaggio ed in definitiva di scegliersi la vita finisce per infrangersi contro una realtà che ormai non lo riconosce più né come Ikemoto Yasutaka né come Kyosuke Ninomiya.

Nel complesso pur essendo un serie breve di due soli volumi Hirotaka Kurofuji è riuscito a realizzare un buon seinen storico: la trama è in alcuni punti forzata per realizzare quelle condizioni che consentano all’autore di dimostrare la sua tesi “del mare in tempesta rappresentato dai cambiamenti storici”, ma tutto sommato godibilissima e comunque in grado di lasciare qualcosa dopo la lettura; a questo vanno aggiunti poi gli ottimi disegni e una certa accuratezza nella ricostruzione storica che rendono questo fumetto un titolo che non deve mancare nella libreria di un appassionato del genere e può costituire invece anche un primo approccio non troppo impegnativo per i neofiti.

Per gli interessati, il manga è disponibile nelle sole fumetterie grazie a Magic Press a 6,50 €, un prezzo accettabilissimo tenendo conto dell’ottima edizione in cui i volumi sono presentati: sovraccoperta con illustrazione fedele all’edizione giapponese; carta bianchissima con inchiostro che non lascia tracce sulle dita nonostante il tratto “sporco”; rispetto per le onomatopee originali, che in un manga come questo fanno letteralmente parte del disegno; un utilissimo glossario a fine volume che evita di inserire note ingombranti e difficili da leggere. Uniche pecche l’assenza di pagine a colori, che però a quanto mancano anche nell’edizione giapponese, ma soprattutto un po’ di negligenza nel sistemare i testi: in un paio di occasioni sono quasi tagliate alcune lettere, i caratteri accentati sono più piccoli e la collocazione dei testi nei balloon è a volte grossolana, insomma piccole imperfezioni trascurabilissime a fronte di un’edizione altrimenti perfetta.