Diario di un Gaijin – Li chiamavano Giapponesi

di Akiba 15

Dopo la calorosa accoglienza dell’anteprima, di cui vi ringrazio di cuore, ho l’immenso piacere di darvi il benvenuto al primo “vero” episodio del “Diario di un Gaijin“.

In questi giorni non mi è servito molto per realizzare che trovarsi davanti alla pagina bianca, con mille idee in testa ed un’infinita voglia di raccontarle…a volte non basta. Ho cominciato, interrotto, cancellato e ricominciato quest’articolo molte volte prima di capire di cosa avrei davvero voluto parlare. L’illuminazione è arrivata inaspettata, come ogni illuminazione degna di questo nome, alle quattro di un pigro pomeriggio. Passeggiavo per una via secondaria del quartiere di Naka-Meguro,  un ombrello dalla calotta trasparente (tipico di Tokyo) in una mano e lo sguardo perso verso l’alto a guardare le nuvole grigie e cariche di pioggia. La vibrazione del cellulare mi ha fatto tornare sulla Terra e dall’altra parte della linea ho sentito la voce di un mio caro amico giapponese, Tomo. Il messaggio era semplice: ritrovo davanti ad Hachiko, per poi dirigersi con gli altri (io l’unico straniero) al nostro Izakaya preferito (tipico bar giapponese), preambolo obbligatorio prima di andare al più vicino Karaoke! L’argomento di oggi tuttavia non è né il Karaoke né l’Izakaya, ciò che ho realizzato parlando con Tomo è che ormai da diverso tempo sento sempre meno la “necessità” di cercare a tutti i costi la compagnia di altri gaijin. Non fraintendetemi, in quanto straniero mi fa molto piacere parlare ed incontrare altri “pesci fuor d’acqua” come me, tuttavia mi sento ogni giorno sempre più a mio agio a stare in compagnia di sole persone giapponesi. Ecco dunque di cosa parlare, come potrei raccontare qualsiasi dettaglio del Giappone senza prima avervi mostrato ciò che ne sta alla base…i giapponesi stessi. Voglio premettere una cosa, io non ho la presunzione di voler definire o generalizzare un’intera etnia, tuttavia la conoscenza che ho dei giapponesi è sicuramente cresciuta molto nel tempo e con essa i rapporti che sono riuscito a stringere. Di stereotipi sui giapponesi ce ne sono forse più che sugli italiani, e da italiano lasciatemi dire che tutti noi nati nello “Stivale” ci portiamo dietro un bagaglio per nulla leggero, colmo di cliché e tal volta di preconcetti. Per tentare di capire qualcosa riguardo al popolo giapponese andiamo ad analizzare alcuni tra i più comuni stereotipi a cui spesso è soggetto.

I giapponesi sono lavoratori instancabili: non sarebbe cortese distruggere il cliché per eccellenza che i giapponesi da sempre si portano appresso, marchiato a fuoco sulla pelle, quindi non lo farò…almeno non del tutto. Tuttavia una delle prime lezioni che ho imparato vivendo qui in Giappone è che talvolta l’apparenza è più importante della sostanza. Per fare un esempio concreto, nel periodo in cui ho svolto l’attività di ricercatore al Tokyo Institute of Technology mi è capitato di vedere diverse volte i miei compagni di laboratorio spendere buona parte della giornata a leggere manga, a navigare su internet (magari guardando una delle tanto amate serie tv coreane) oppure letteralmente dormendo. In effetti è risaputa la passione condivisa da tutti i giapponesi per la “pennichella”, fatta dovunque ed ogniqualvolta possibile. Perché capita spesso che non sia davvero importante cosa tu stia facendo, purché tu sia fisicamente presente, come un perfetto ingranaggio di un orologio fermo. Mi viene in mente quanto raccontatomi da alcuni miei amici giapponesi che lavorano per compagnie come Mitsubishi o Hitachi, nella quali durante la giornata lavorativa è previsto o comunque è ben visto il prendersi un’oretta libera dallo stress del lavoro schiacciando un riposino in stanze adibite appositamente. Come spiegare allora la tanto rinomata efficienza giapponese? In effetti più che di efficienza io parlerei di capacità di lavorare in condizioni estreme. Se ad esempio il capo dovesse ordinare di rimanere oltre l’orario, anche se magari è il quarto giorno in una settimana che stai nel tuo ufficio per 12 ore di fila, la risposta è solo una…hai! (sì!) È inoltre molto comune che al termine della giornata i compagni di lavoro vadano tutti assieme al più vicino Izakaya per rinsaldare i rapporti e migliorare l’armonia del gruppo, seppur senza mai dimenticare le gerarchie e chi deve versare il sake a chi…tutto sempre per il bene comune dell’amata compagnia “famiglia”. C’è chi dice che i giapponesi abbiano due anime dentro di loro, quella del pigro essere umano che quando può non disdegna un bel pisolino a pancia all’aria e quella del samurai, fermo, inflessibile e ligio al dovere, in grado di dare anima e spesso corpo (non sono rari i casi di malattia o addirittura morte per troppo stress) per il proprio signore feudale in passato e azienda oggi.

I giapponesi sono le persone più timide che esistano: se dovessi chiedere ad un giapponese quanto sia estesa la superficie del suo Paese, probabilmente mi risponderebbe che il Giappone è molto piccolo. Se invece dovesse capitarmi di domandare quale sia la caratteristica principale del suo popolo, probabilmente avrei “la timidezza” come risposta. Ebbene il Giappone è più esteso dell’Italia, della Germania e della Gran Bretagna e posso affermare senza ombra di dubbio  che le persone più divertenti ed espansive che abbia incontrato nella mia vita sono giapponesi. Come conciliare allora quest’ennesimo paradosso? Sebbene sia un po’ drastico, sono solito dividere i giapponesi in due categorie: chi ha vissuto all’estero e chi no. Negli ultimi anni sempre più famiglie decidono infatti di mandare i propri figli, in genere studenti delle superiori, a studiare per un periodo in Europa o in America. E sebbene ancora oggi molte persone non siano in grado di parlare un inglese fluente, quasi tutti i giapponesi nutrono un forte interesse vero l'”Universo parallelo dei gaijin”. Vivere all’estero regala ai giapponesi la chiave per aprire lo scrigno dentro il quale il loro vero spirito è rinchiuso, spesso a causa di una società ancora troppo rigida. Uno spirito gioioso ed affamato di divertimento e conoscenza, per nulla impaurito da ciò che è diverso, ma anzi spesso in ammirazione di chi viene da “fuori”. Mi è capitato diverse volte di essere approcciato per strada da ragazzi e ragazze, magari con l’intenzione di esercitare un po’ il loro inglese oppure semplicemente per fare conoscenza. Di tanto in tanto, soprattutto nelle piccole città, capita che i passanti chiedano agli stranieri di fare una foto con loro, ma questo comportamento, sebbene possa sembrare divertente, onestamente mi ricorda un po’ quando si fanno le foto con gli animali allo zoo (che per altro detesto). Voglio però sottolineare una cosa, tutto ciò di cui sto parlando non ha però nulla a che vedere con quel che succede durante la notte e nei club di Tokyo, quella è una dimensione a parte che non ha nulla a che fare con la vita quotidiana, ma abbiate un po’ di pazienza, ve ne parlerò in uno dei prossimi articoli.

Quando invece ci si trova faccia a faccia col tipico giapponese che non ha mai messo piede fuori dal confine, e spesso dalla città in cui è nato, ciò che si percepisce è spesso una sorta di insicurezza o talvolta anche di timore nei confronti degli stranieri, sebbene quasi sempre questi sentimenti negativi non sono altro che la scorza dentro alla quale si nasconde ancora una volta quella forte voglia di conoscenza e condivisione. È evidente che finora io abbia dovuto operare qualche semplificazione per poter fare una descrizione quanto più generale ed ampia possibile, ma ogni persona è un Mondo a parte ed anche l’influenza regionale è molto significativa. Mi viene in mente quando alcuni mesi fa il mio amico Tani, dopo esser stato assunto in una compagnia di Osaka, mi ha candidamente confessato il suo puro terrore all’idea di trasferirsi nel Kansai (la regione dove si trova Osaka). La gente di Tokyo spesso dice che ad Osaka l’unico modo per comunicare è scherzando e che nessuno lì è in grado di lavorare seriamente, ovviamente chi vive ad Osaka risponde che i “tokyesi” sanno solo lavorare come macchine e nient’altro…vi viene forse in mente qualche paragone con le città italiane?

 I giapponesi sono le persone più gentili del Mondo: non posso dire nulla a riguardo di ciò, i giapponesi sono effettivamente dotati di una gentilezza unica nel loro genere, c’è però un enorme “ma”. Onestamente non mi è ancora chiaro se questa gentilezza sia naturalmente insita dentro di loro o se invece sia fortemente condizionata dalla società. Lasciatemi spiegare con un paio di esempi. In Giappone chiedere indicazioni non è considerata una scortesia, come invece spesso si sente dire, tuttavia in qualche modo i giapponesi odiano profondamente non essere in grado di svolgere i compiti che gli vengono affidati, sia pure il dare indicazione ad uno straniero sprovveduto. Un dettaglio fondamentale che va ad aggiungersi è che in Giappone il “no” non esiste, per cui se alla fine, pur avendo speso tempo e fatica nel cercare di aiutarvi, non dovessero essere in grado di rispondere alla vostra domanda, allora è molto probabile che verrete semplicemente indirizzati nella direzione che loro ritengono più giusta, anche se talvolta senza un criterio oggettivo per così dire. La verità è che nel momento in cui metti piede nel loro Paese in qualche modo scatta in loro un senso di “protezione” nei tuoi confronti. Ripenso ai miei primi giorni con i miei compagni di laboratorio ed a quanto mi sentissi un peso nei loro confronti. Effettivamente il sistema giapponese è uno dei più complessi al Mondo ed adattarsi ad esso non è semplice, dunque un po’ di aiuto non si rifiuta mai, tuttavia la cosa più importante è forse l’essere in grado di realizzare quando la semplice gentilezza inizi a diventare qualcosa di simile alle cure di una balia. Perché per essere davvero accettati nella società giapponese bisogna riuscire a rinunciare a questo status speciale e contare solo sulle proprie forze, per poter magari un giorno attraversare quella linea che separa chi aiuta da chi ha bisogno di aiuto, le balie dai neonati.

Per il momento è tutto! Spero vivamente che abbiate apprezzato quest’articolo, seppur mi renda perfettamente conto che ci siano ancora tantissimi punti in ombra legati a questo popolo. Ed è per questo motivo che vi do appuntamento al prossimo episodio del “Diario di un Gaijin”, nel quale si parlerà di tutt’altro argomento, ma che sono sicuro aiuterà a mettere insieme un altro pezzo di questo gigantesco puzzle che è il Giappone.

Commenti (15)

  1. Non posso che ringraziarti infinitamente per la possibilit che ci dai di conoscere il Giappone e i suoi abitanti grazie alle tue esperienze di vita! Questo primo “articolo” mi piaciuto veramente moltissimo, attender con ansia ogni tuo nuovo aggiornamento!

  2. Altro bell’articolo sui Nihon, non sapevo nulla di quello che hai citato in questo pezzo. Ottimo lavoro.
    Aspetter paziente il prossimo aggiornamento.

  3. Per curiosit: come si chiama l’izakaya in cui vi trovate? 😮
    (no, non abito in Giappone :P)

  4. Grazie davvero per gli apprezzamenti!

    @ adb123: il nome Yarukijaya! Se dovessi capitare per Tokyo te lo consiglio hehe

  5. Se abiti a Nakameguro ti cosiglio di fare un salto al?????di Shin-chan. Il posticino davvero carino e lui molto simpatico. Se tutto va bene dovrebbe essere ancora in grado di dirti “buongiorno” e “buonasera” in italiano.

    1. Haha s, abito proprio a naka-meguro. Grazie del consiglio, ci far un salto di sicuro!

  6. Che bomba di articolo, davvero, da anni che non leggo pi un pezzo cos interessante su questo blog!
    quello che serve a ravvivare un po’ le cose, ma vero che i giapponesi adorano il baseball? Le partite di baseball loro sono noiose come quelle americane o anche di pi?

    1. Lo staff di Komixjam ringrazia per l’apprezzamento dell’impegno profuso da nostra parte negli ultimi anni. Continua a seguirci.

      1. Scusa ho dimenticato un “cos” nella fretta di scrivere. Non volevo offendere nessuno… scusatemi. Scrivete tutti bene. Ma da tempo non leggevo qualcosa di cos interessante! Perdonami Regola!

      2. Immaginavo, tranquillo (non so se ve ne siete accorti, io modero il blog, leggo TUTTI i vostri commenti, vi conosco TUTTI… mi sento stressato). Da parte mia volevo sottolineare la cosa, perch, come concorderai, suona malissimo. Col tuo permesso, posso modificare il tuo intervento.

      3. Si modifica pure, e scusa ancora per l’errore.

  7. Ciao ho scoperto oggi questa tua rubrica davvero fantastica grazie per il tuo lavoro.

  8. Bellissimo articolo, aspettero piacevolmente i prossimi pezzi!!!

  9. Grazie a voi per leggere la mia rubrica e per motivarmi con tanto calore a scrivere con passione!

  10. Caspita… davvero interessante quello che scrivi!

    Ancora un mese e poi potr verificare realmente quello che ci hai raccontato hehe..

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