Aldnoah Zero: un anime da guardare – Recensione Komixjam

di Ciampax 5

 Raramente, in questi anni, mi sono ritrovato a scrivere un articolo con l’idea seguente: “Lo devo fare perché chi non segue questo consiglio non capisce niente di niente”. Del resto io stesso sono un lettore/spettatore a cui spesso e volentieri piacciono tante cose che, per i più, vengono considerate “zozzerie” (vedi “Fairy Tail” o “Bleach”). Tuttavia questa stagione estiva, quasi giunta agli sgoccioli (molte serie sono appena terminate, ad altre manca giusto un ultimo episodio) ha portato, oltre ad alcuni anime di cui vi parlerò entro la fine della settimana, una tipologia di storia che raramente (per non dire mai!) mi è capitato di vedere trasposta in animazione in modo tanto esplicito e assolutamente lontano da ogni classica forma retorica di narrazione per un opera che avesse, come tema principale, quello della guerra.

 La trama di Aldnoah Zero, anime da 12 episodi (ma a gennaio arriva la seconda stagione) dello studio “A-1 Pictures” (quelli di “Oreimo” e “SAO“, giusto per citarne due) per la regia di Ei Aoki e la sceneggiatura di Gen Urobuchi (già responsabili di quel gioiellino che è Fate/Zero), risulta, di per sé, alquanto scontata: la Terra è in “perenne” stato di guerra con Marte, popolata ormai da tempo da terrestri stabilitisi lì in colonie per studiare le rovine di una antica civiltà (di cui non si sa, per ora, nulla) e che, dopo anni, hanno istituito una loro forma di governo monarchico e “feudale”, denominandosi “Vers”, e hanno acquisito la fantascientifica tecnologia Aldnoah lasciata su Marte dal popolo misterioso. Forti di tale potere, i Vers hanno dichiarato guerra alla Terra e l’avrebbero da tempo annientata (o occupata) se un immane cataclisma che ha spezzato in due la Luna, non avesse messo fine ai loro piani di conquista e li avesse costretti a rintanarsi sul Pianeta Rosso. In questa situazione alquanto critica, un bel giorno la principessa Asseylum, legittima erede al trono, decide di recarsi, in qualità di ambasciatore della pace, sulla Terra, per stabilire, una volta per tutte, la tregua definitiva tra i due popoli. Ma, come ovviamente accade in questi frangenti, le cose non vanno come si spera: la giovane principessa viene fatta fuori durante la parata in suo onore e i “Conti” che l’hanno scortata sulla Terra nelle loro fortezze volanti denominate Castelli non ci pensano due volte a farli piombare sul Pianeta Azzurro, sterminando, solo grazie all’impatto, buona parte della popolazione Terrestre. Scoppia così una nuova guerra che vede contrapposte due fazioni che, sin dal primo scontro, mostrano una disparità di forze incalcolabile. Tuttavia…

 Ecco, letto questo incipit ci si dovrebbe chiedere: “ma che ha di bello questa storia“? Suona di già sentito (qualcuno ha detto “Gundam”?), di già visto, di già macinato in modo ripetuto in svariate tipologie di polpettine televisive che dopo un po’ ci hanno stancato e ci hanno fatto “droppare” la serie al terzo episodio (a volte anche al secondo). Per cui siete autorizzati a dirmi: “caro Ciampax, ma che [email protected]$$§di serie sarà mai, sta schifezza?”. Bé, devo essere sincero: dopo il primo episodio, così totalmente “telefonato” che se m’avessero fatto leggere prima la sceneggiatura sarei rimasto maggiormente sorpreso, e dopo un secondo episodio che è andato a svelare, di per sé, tutta una serie di fatti che avevo ipotizzato (e che credo il Mondo intero avesse ipotizzato) riguardanti la morte di Asseylum e la guerra in corso, anche io mi ero posto il problema del “guardare o non guardare” ancora tale anime. Ma sapete com’è, un po’ la curiosità, un po’ il fatto che fosse lo studio A-1 a produrlo e che ci fossero cotanti nomi a realizzarlo, un po’ perché alla fine avevamo appena iniziato la stagione, mi son detto che una occhiata al terzo episodio ci stava pure, al massimo avrei spento tutto a metà e mi sarei fiondato su altro.

 Ed è qui che sono rimasto folgorato, non proprio come San paolo sulla via per Damasco, ma quasi, da questo anime: nel terzo episodio i toni, la narrazione, le dinamiche, i rapporti tra i personaggi, protagonisti o meno, cambiano. Se spesso e volentieri negli anime che trattano di Guerra si tende a “minimizzare” i toni, addolcendo qua e là, dove possibile, il substrato di violenza che naturalmente si manifesta nei fatti di cronaca di guerra reale, qui invece tutto è mostrato e trattato con freddezza, quasi che lo sceneggiatore, più che scrivere un testo da narrare, ci stia facendo una sorta di telecronaca in diretta di fatti realmente in corso, di battaglie che stanno davvero distruggendo il suolo terrestre e la sua popolazione. Negli anime alla Gundam, dove i “ragazzini” si trovano, loro malgrado, ad indossare i panni del soldato e dell’eroe, la preponderanza “shounen” con cui tali eventi vengono narrati molto spesso tende a smorzare i toni, rendendo meno forte il senso di “grottesco” che si dovrebbe percepire nel vedere dei giovani, neanche addestrati appieno, divenire eroi, involontari, di missioni suicida o scontri all’ultimo sangue. In Aldnoah Zero, invece, non solo si giustifica appieno la presenza di studenti tra le varie armate (essi sono proprio cadetti in una sorta di scuola militare, non semplici predestinati allo scontro), ma il senso di grottesco di cui parlavo prima viene sottolineato in molti modi: osservare i giovani terrestri, a bordo di robot da guerra, i Kataphrakt, che, paragonati ai sistemi dotati di Aldnoah Drive dei Vers, sembrano fionde (con gli elastici allentati) contro bombe nucleari, riporta alla mente, volenti o nolenti, situazioni di guerra in cui i “bambini” e in generale i “male equipaggiati” si ritrovano ad affrontare potenze militari molto più equipaggiate e addestrate (non sto facendo un discorso sulla giustezza o meno della guerra, Dio me ne scampi, sto solo parlando del paragone ovvio che, suppongo, lo sceneggiatore volesse suscitare nello spettatore).

 Oltre però a tutto questo “realismo” (se di tale si può parlare in un anime, fondamentalmente, di fantascienza) c’è qualcos’altro che mi porta ad osanarre quest’opera ed è proprio relativo alla scelta narrativa di Urobuchi: ormai da tempo avvezzo a “mostrare” senza nessuna esitazione scene che colpiscono dritto al cuore, sia perché fuori dagli schemi classici della narrazione Giapponese, sia perché volutamente studiate per apparire come colpi di scena nel momento più impensato, lo sceneggiatore farcisce una buona parte di episodi di situazioni che lasciano completamente sconcertati, sovvertendo spesso alcuni canoni classici del tipo “buono vince/cattivo perde” o “se un buono muore, è perché si sacrifica” che di solito sono il “succo della narrazione” di ogni opera del genere. Urobuchi dipinge Vers e terrestri nello stesso modo, con le loro miserie e le loro forze, senza necessariamente suggerire, allo spettatore, il fatto che una delle due fazioni sia quella dei buoni e l’altra quella dei cattivi: certo ci si affeziona ai terrestri per ovvi motivi, ma ciononostante i “marziani”, per certi versi, risultano i veri protagonisti di questa storia. Essi portano la guerra, essi ne decidono le fasi principali, essi sono gli artefici di quasi tutti i complotti e protagonisti di buona parte degli eventi principali di questa serie. I “Terran“, quando si vedono, è perché sono perennemente in fuga, che cercano di nascondersi nei rifugi e che combattono battaglie vinte solo grazie all’uso dell’astuzia, più che della potenza bellica. E ciò non è poco, se contiamo che, anche quando riescono ad entrare in possesso di un Aldnoah Drive, in pratica non riescono ad utilizzarlo più che per far volare una nave.

 Tutta questa particolarità narrativa è poi, come dicevo prima, collegata, in buona sostanza, ai protagonisti: quasi tutti giovani adolescenti (gli adulti terrestri sono dei semplici comprimari mentre i Vers adulti rivestono il ruolo del “cattivo” di passaggio in buona parte dei casi e solo in due di veri e propri “antagonisti”), vengono dipinti come disillusi in alcuni casi, e fin troppo fiduciosi in altri. Il contrasto maggiore si ha, a mio parere, tra due coppie “stranamente assortite”: la prima è quella formata dalla principessa Asseylum, solare e piena di speranza in un mondo migliore, e il protagonista, Inaho Kaizuka, il giovane stratega che, nel suo Kata arancione, mette fuori combattimento quasi tutti i Kata dei Vers che affronta, una sorta di Shinji Ikari con le palle, tanto per intenderci. La seconda, sebbene non sia una coppia vera e propria (non c’è un solo istante in cui li si vede parlare) è costituita da Slaine Troyard, Terran al servizio dei Vers e, in particolare, innamorato della Principessa, e Rayet Areash, una Vers che, ormai da anni, vive sulla Terra e che, suo malgrado, si troverà al centro di una sorta di triangolo amoroso (o forse quadrangolo) sebbene molto strano. Queste due coppie, Terran-Vers e Vers con orgini Terran-Terran con origini Vers, sono, a mio parere, non solo il fulcro della storia (e visti gli avvenimenti dell’ultimo episodio sono, in pratica, la storia) ma sottolineano la forza della sceneggiatura di questo anime: Urobuchi, piuttosto che inserire i classici personaggi cliché della bella, l’eroe, lo schivo e l’innamorata che poi fa la parte di quella che si sacrifica, sovverte completamente questa struttura, facendo di Inaho lo Schivo, totalmente privo di emozioni (per buona parte dell’anime) e distaccato, quasi fosse votato solo allo scontro e tutto il resto non esistesse, di Asseylum l’eroe, di Slaine l’innamorato che però non si sacrifica (o quasi) e di Rayet un personaggio non contemplato in questa classica visione, che si mostra essere il vero elemento di rottura della storia. Gli stessi rapporti tra Asseylum e Slaine, tra Asseylum e Inaho, tra Asseylum e Rayet e tra Rayet e Inaho risultano deviati dalla impostazione classica e, anzi, spesso e volentieri contribuiscono a rendere ancor più “fuori dagli schemi” la narrazione, spostando la visione tipica del “sentimentalismo che salva tutti in tempo di guerra” verso un’ottica di “per vincere, basta far fuori i nemici” che la stessa pacifista Asseylum, ad un certo punto, sembra manifestare.

 Ecco, vorrei dire altro su questo anime ma mi rendo conto che qualsiasi aggiunta rischierebbe di portare dentro spoiler di ogni sorta, mentre la bellezza di questa opera sta proprio nel seguire, istante per istante, ogni singola sequenza. Vi lascio con una considerazione finale che, se volete, conferma lo spirito assolutamente “rivoluzionario” con il quale questo anime è stato realizzato. Spesso, nelle opere brevi, ciò che colpisce maggiormente e sulla quale si “spinge” di più per renderla l’effettiva “colonna sonora” della storia e la “prima Opening“. Bene, in Aldnoah Zero, quasi a volere sfatare il mito, sebbene la opening sia una magnifica canzone delle Kalafina dal titolo “Heavenly Blue” (loro la ending di “Puella Magi Madoka Magica“), la vera colonna sonora dell’anime, che ne detta il rimo e che ne fa percepire il senso di “irruenza” che la vicenda di lotta dovrebbe suggerire, è la ending  “aLIEz“, che al termine del primo episodio viene usata proprio come “leit motiv” dell’invasione Vers della Terra. Eccole di seguito, a voi il giudizio. Per quanto mi riguarda, chiudo consigliandovi ancora una volta di guardare questo anime perché, al di là che vi possa piacere o meno, segnerà per sempre il vostro modo di giudicare le opere animate Giapponesi.

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Commenti (5)

  1. Come discutevamo precedentemente (..) ho consolidato la mia opinione riguardante AZ: si tratta di un anime che metabolizza e restituisce allo spettatore quasi tutto quel che stato fatto nel genere real mecha (da Gundam in poi), proponendosi a quello spettatore che non un appassionato di mecha, e quindi, con molti meno preconcetti. Urobuchi e il suo staff di animatori, addetti alla fotografia etc. etc. hanno fatto un lavoro veramente coinvolgente dal punto di vista sia visivo, sia uditivo, grazie anche a un Sawano che dopo Shingeki, Kill la Kill e Gundam Unicorn si superato nuovamente (la OP delle Kalafina, invece firmata da Yuki Kajiura… raramente si vedono in giro anime con nomi cos grossi nello staff non doppiatori). Il macellaio ha preso Gundam (principalmente Seed, direi, serie tra le pi odiate/amate degli ultimi anni), Code Geass e qualcosa di Full Metal Panic, mostrando a tutti che puoi fare action e mecha senza dover per forza perdere episodi interi in esplosioni e gente che preme il grilletto solo per sprecare proiettili.

    La mia lode maggiore per il personaggio di Inaho. In barba a una tradizione di piloti adolescenti che si piangono addosso (a volte a ragione, altre no) ci propongono questo personaggio che trascina letteralmente la storia, presentando una capacit di problem solving, un’integrit emotiva e una determinazione che difficilmente troviamo in circolazione.

    Come te l’ho consigliato, forse per motivi diversi, ma continuer a farlo.

  2. io invce l’ho mal digerita come serie, per quanto l’idea della disparit mi piaccia, essa viene sempre affrontata nella seguente maniera: arriva il catafratto, met delle forze terrestri viene distrutta, scende in campo il protagonista e cos dando spiegazioni fugaci e quasi mai esaustivi stecca il robottone avversario.
    tengo anche a precisare che l’idea dei personaggi era inizialmente ben fatta, se non che ad un certo punto alcuni personaggi crescono e altri involvono fino a quello di mere e patetiche caricature, lo stesso biondo perde tutti i suoi connotati e diviene il classico personaggio portato avanti perch si deve.
    ed infine la pecca pi grande di una serie quella di dare un nome che poi non ha corrispettivo con la storia cio sto aldnoha zero quando compare?
    fai una serie e lasci alla seconda serie mostrare perch una serie si chiami cos?
    come chiamare una serie “il superfigo” e il superfigo compare alla fine della seconda stagione poco azzecata come scelta per non dir inutile.
    sono dell’idea che consigliare la prima stagione senza la seconda, speriamo ultima, sia quanto mai rischioso poich potrebbe essere una serie di 24 episodi divisa in due e quindi unitaria nel suo svolgimento oppure potrebbe essere l’opposto una serie diluita e che perde di mordente quando si poi costretti a spiegare il dopo fine prima serie

  3. Da non appassionata di mecha, posso dire che mi piaciuta, ed piaciuta anche a chi l’ho consigliata. Non sono solo robottoni con raggi fotonici, ci sono soprattutto varie tipologie di esseri umani con proprie dinamiche sociali e psicologiche. Non solo il robot del protagonista che caccia l’arma finale e fine dell’episodio, il protagonista va per osservazione degli effetti e trova la soluzione.
    Ambiente esterno: niente di che, in fondo la cara e vecchia Terra.
    Protagonista: forse Inaho cio che colpisce di pi nell’intero anime, la sua freddezza e razionalit sono quasi di esempio.
    Principessa: tutti la amiamo per la sua purezza di cuore, ammettiamolo dai. Forse l’unico personaggio frutto di un idealizzazione positiva.
    Altri personaggi: tutti ben caratterizzati, anche se mi rimangono incomprensibili le azioni di Slaine.
    Animazione e chara: non una sbavatura.
    Trama: il “gomblotto” all’inizio stato gestito perfettamente, ma non capisco come sia finito cosi ridicolmente.
    Voto: 8, gi consigliato e gi deciso il suo proseguimento a gennaio.
    OT: farete gli articoli per le altre perle stagionali?

  4. Siamo seri, su 12 episodi in pratica non hanno niente di cos rilevante da aggiungere a quanto gi detto precedentemente nell’introduzione fino al decimo episodio per poi concludersi in trovata commerciale nel dividersi in due parti.

    Trovo comunque soprattutto demenziale che il protagonista con un catafratto da addestramento faccia tutto, TUTTO, a tutti i nemici con armi nettamente superiori.

    Piuttosto gli facevano usare quel mecha dormiente dove c’era la nave….

    6

    1. Eh si, power up a gogo. Per i robot marziani serve una persona che attivi l’Aldnoah, e non so se funziona anche se l’attivatore (la principessa) possa non coincidere col pilota, visto che finora sui mezzi c’erano solo i nobili “abilitati”. Personalmente, vedo Inaho come un genio, alquanto distaccato da tutto ci che emotivit. La sua razionalit “prepotente” viene per sopraffatta solo alla fine. Poi boh, de gustibus.

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