Saiyukiden: il Viaggio in Occidente secondo Katsuya Terada

di Ciampax Commenta

Per noi appassionati di manga e cultura orientale, ci sono alcuni termini, alcuni nomi e leggende che, se pronunciati, non possono che farci sorridere, riportandoci alla mente storie, fatti, notizie lette qui e là o apprese, indirettamente, attraverso opere di vario genere. Tra queste, forse la più famosa (vuoi per longevità, vuoi perché è quella che, al momento, conta il maggior numero di “adattamenti” e “trattazioni”) risulta sicuramente la leggenda del “Saiyuki“, il “Viaggio verso occidente” intrapreso dal monaco Genjou Sanzo accompagnato dal “fedele” scimmiotto di pietra, Son Goku. La casa editrice J-Pop ci propone, a partire da questo mese, una nuova trasposizione manga della leggenda (originaria Cinese) ad opera di uno dei nomi più prestigiosi dell’animazione moderna: Katsuya Terada, noto come character designer della nuova versione animata “Blood: the Last Vampire“. Sono certo che molti di voi si chiederanno: ma con tutte ste storie di Goku sparse qui e là, dopo il manga di Kazuya Minekura (Saiyuki, appunto), c’era proprio bisogno di una nuova storia del “Viaggio ad Occidente”? Bé, la risposta è sì: infatti, per la prima volta, un autore di manga non solo decide di ispirarsi alla vicenda di Goku ma, con grande ingegno, decide di narrarci, in una chiave a tinte forti, la storia originale, anche se con un gusto più “horror” e maturo! Ma per parlarne adeguatamente, facciamo un breve salto indietro fino alle origini di questa vicenda che viene narrata, in Oriente, da circa 3500 anni!

Manga, anime e Viaggio ad Occidente. Come dicevo all’inizio, la leggenda del Wu Cheng’en (titolo cinese dell’opera) ha visto, negli ultimi decenni, molte incarnazioni, in manga e anime che, a volte semplicemente “ispirate”, altre con l’intento di “raccontare nel dettaglio” tutta la storia, hanno reso questo mito del lontano Oriente uno dei più famosi anche presso il nostro Occidente: chi di voi non conosce Goku, il “bastone che si allunga”, la “nuvola d’oro” e la storia della ricerca di un “qualcosa” che spinge i protagonisti di questa leggenda a viaggiare per conquistare i propri sogni? La storia, almeno nei suoi punti fondamentali, è arcinota (se volete leggere una “buona” versione italiana di tutta la leggenda, vi consiglio di andare qui: un’ottima traduzione di Serafino Balduzzi del testo originale e completo, nonché totalmente gratuita): Genjou Sanzo, dopo aver liberato Son Goku dalla prigionia sul Monte dei Cinque Elementi attuata dagli Dei, parte con lui verso Occidente (dalla Cina all’India) allo scopo di insediarsi come vero Buddha e sconfiggere colui che, fino ad ora, aveva usurpato questa carica. Nel viaggio, più volte Goku, Genjou e una coppia di nuovi “membri della spedizione” (il Maiale parlante Sho Hakkai e il demone Shaia Goujo) si troveranno ad affrontare innumerevoli insidie, l’ira degli Dei e le schiere dello stesso Buddha, fino a giungere, dopo molti sacrifici, alla tanto agognata meta.

Già negli anni Sessanta, la Toei Animation cercò di rendere “viva” questa “favola” attraverso un anime tanto famoso quanto, al giorno d’oggi, dimenticato: “The Monkey” (questo il titolo italiano) narra le vicende del Viaggio in forma spiritosa e leggera, a mo’ di uno spettacolo educativo per bambini, eppure allo stesso tempo profondo e rispettoso degli insegnamenti morali che questa storia vuole comunicare ai propri lettori (in questo caso, spettatori). Qualche anno più tardi sarà la Tatsunoko, la “Casa del Polipo”, a regalarci una versione fantascientifica e avventurosa della storia attraverso l’anime “Starzinger“: protagonista, nelle vesti del monaco in viaggio, la Principessa Aurora, diretta su un vascello spaziale verso il Grande Pianeta al fine di ripristinare l’energia (ormai affievolita) dell’Universo, che regola la vita in ogni angolo dello Spazio. Ma sarà negli anni Ottanta che la leggenda di Goku diventerà, per sempre, un “must” che qualunque appassionato di manga dovrà conoscere: grazie alla creazione di “Dragonball” di Akira Toriyama il pubblico di tutto il mondo scoprirà, attraverso la prima parte di questo longevo manga, i segreti e i misteri del Saiyuki, anche se riadattati e rimescolati (sapientemente). Qui, più che in altre opere che lontanamente traevano ispirazione dal Wu Cheng’en, Toriyama crea un perfetto adattamento dei personaggi: Bulma è il Monaco (alla ricerca delle sfere), Goku lo scimmiotto (e chi altri?), Olong il maiale Hakkai, Yamcha il demone (buono) Shaia Goujo. Appaiono personaggi come lo Stregone del Toro (un vero nemico di Son Goku nella leggenda) e lo stesso eremita delle tartarughe rappresenta una figura ricorrente, quella del messaggero divino, che più di una volta, nel corso della storia, aiuta il quartetto nel suo Viaggio. Ultima incarnazione (abbastanza recente) e molto fedele all’originale (anche se con una “tematica” più cruda e con la modificazione totale dello scopo ultimo del viaggio) il “Saiyuki” di Kazuya Minekura, che sia in formato manga che in anime ha saputo conquistare migliaia di fan in tutto il mondo, vuoi per il messaggio “misogino e intimista” del protagonista Sanzo, vuoi per la capacità di rendere “moderne” tematiche ormai desuete (almeno per la nostra cultura “lontana” da temi spirituali).

Katsuya Terada e la vera leggenda. Tuttavia, in tutte le varie incarnazioni, questa storia è stata sempre trattata in maniera “edulcorata” o “censurata”, vuoi per alcune tematiche particolari e profonde che, sì, in un libro possono essere discusse tranquillamente ma, disegnate o animate, renderebbero la storia a tratti “sconcia” o addirittura potrebbero fornire un messaggio che verrebbe travisato. Terada ha raccolto questa sfida (e se conoscete il suo stile in merito a “Blood” dovreste sapere che è un autore che non la manda a dire!), impegnandosi nel realizzare un manga che raccontasse in maniera fedele questa leggenda: ecco che gli eccessi di Goku e la sua violenza, il disincanto relativo alle divinità e al loro potere, la sensualità (e a volte la perversione) di uomini e demoni (lo stesso Gojou è noto come “demone pervertito”), le paure e gli orrori di un Mondo che sembra essere stato dimenticato dal “bene” nonostante vi sia una figura “positiva e immensa” come il Buddha, sono tutte narrate con dovizia di particolari, con immagini esplicite e mai censurate, con colori (eh sì, perché l’opera è Full-color!) accesi per il sangue e la violenza, e cupi per le tenebre e l’orrore dell’animo, con poche e succinte frasi che lasciano, spesso, alle immagini la “parola” e il commento dei fatti.

Lo stile narrativo di Terada è conciso e diretto: poche battute (piazzate nei punti giusti), molta dinamicità, anatomie a volte perfettamente realistiche, altre assolutamente inconcepibili, una scelta dei giochi di luce, dei colori e delle ombre che danno un senso oppressivo e claustrofobico, rendono la sua opera di facile lettura e attirano l’occhio del lettore verso i particolari minuziosi con cui l’autore arricchisce ogni singola tavola. Terada segue un filone molto simile a quello dell’autore di “Blame!“, Tsutomu Nihei: come lui, nella sua opera sono le immagini a raccontarci la storia, sono i tratti marcati e deformati dei demoni a farci comprendere la loro malvagità; sono le espressioni ricche di pathos del demone Scimmia e del Monaco Sanzo (rappresentato come una donna avvolta in una veste succinta e, quasi sempre, a seno scoperto) a fornirci il senso di disperazione, piacere, desiderio di vittoria di cui la leggenda originale è intrisa. Il disegno richiama, spesso, lo stile di quello di grandi autori dell’Occidente: non è difficile scorgere, qua e là nell’opera, immagini che rievocano il tratto di Enki Bilal (soprattutto nella rappresentazione delle figure divine della sua “Trilogia di Nikopol“) o di Massimiliano Frezzato (nella realizzazione di alcune strutture che sembrano prese da “I custodi del Maser“): tuttavia appare evidente come sia forte il tipico stile da “mangaka”, con la rappresentazioni di demoni orrendi che sembrano saltati fuori dalle opere “classiche” dell’illustrazione cinese e giapponese, o figure femminili (anche se demoniache) dalle forme generose e abbondanti, o ancora dall’espressività degli occhi e dei tratti somatici.

L’edizione J-Pop, come sempre, non si smentisce: stampa di alta qualità, su carta lucida, tutto a colori (altre case editrici avrebbero puntato ad uno scontatissimo “scala di grigi”!), sovraccoperta, fedele all’edizione in tankobon originale. Molto interessante la traduzione, di Massimo Soumaré, soprattutto per quanto riguarda la scelta di editare il testo tradotto dei vari simboli e kanji sparsi un po’ dappertutto nell’opera direttamente accanto al simbolo stesso, in un colore che ne richiami, immediatamente, la relazione: in questo modo si evita di “distrarre” lo sguardo dalla tavola per cercare il significato dei termini e si permette al lettore di apprezzare, in toto, il disegno e il messaggio che vuole comunicare. Solo a volte sono presenti note a margine della pagina per specificare “terminologie e/o fraseologie” particolari che, invece, se inserite direttamente nel contesto di traduzione, distrarrebbero dalla lettura. Un’opera, questa, che sicuramente va ad arricchire l’enorme parco testate di casa J-Pop, che rende omaggio ad un mito che, probabilmente, è fondamentale per la cultura Orientale (tante storie, anche documentate, riportano nei loro “capitoli” eventi ispirati a questa leggenda) e che, per ogni appassionato non solo dell’arte del Sol Levante, ma anche della cultura di questo lontano Paese, non può assolutamente essere tralasciata.

Si ringraziano la Edizioni BD e J-Pop per il materiale fornito. Tutte le immagini sono copyright SAIYUKIDEN © 1995 by Katsuya Terada