direi che è meglio lasciare la parola al manifesto di questa associazione:
Una provocazione non contro il sushi in sé, né tanto meno contro i giapponesi. Ma una presa di posizione verso le mode imposte spesso senza considerare le ragioni (di tradizione e salute) che da sempre prevedono nel nostro paese la cottura dei cibi.Modestamente, già da qualche anno ho fondato il Gras (Gruppo resistenza anti sushi). È una battaglia persa, ormai quei tristi ikebana fioriscono in tutti i supermercati e non c’è pizzeria che non proponga la tartare di tonno, ma in certi casi è giusto schierarsi. Non contro il sushi in sé, né contro i giapponesi, che hanno un sacco di spiegazioni filosofico-religiose sul perché e percome del gradimento, ma che c’entriamo noi? In Italia i fiori del mare si sono mangiati da sempre cotti, o almeno marinati, tranne che in una fascia adriatica, molto robusta tra Bari e Lecce. Lì è una tradizione, bene. In tutto il resto del Paese è una moda, partita non a caso da Milano, la capitale della moda e dei modaioli (stilisti, modelle o fruitori non ha importanza) che vedono un piatto di maccheroni o un ossobuco come il Male assoluto. Dovreste sentirli quando pigolano davanti a un trancio di tonno come tonna l’ha fatto (giusto l’aggiunta di un giaciglio di rucola, sparita dalla finestra dei gamberetti per rientrare dalla porta): «Come si sente il mare». Lo dicono anche per le ostriche.
Questa notizia è dedicata ai collezionisti più sfegatati e gli appassionati che vogliono dare una mano a chi è decisamente più sfortunato di loro.
Sperando di non aver toppato alla grande già dal titolo vi parlo oggi di un progetto in lavorazione che attinge le mani nella cultura folkloristica giapponese, una storia che più o meno, ogni bambino giapponese conosce come da noi ognuno conosce la storia di Cappuccetto Rosso.