Tutt’altro che rosea la condizione degli animatori giapponesi

di Silvia Letizia Commenta

Il giornale Asahi Shimbun della Asahi Shimbun Company ha pubblicato lo scorso venerdì un articolo che mette in luce la situazione attuale di chi lavora nel settore dell’animazione giapponese. L’articolo, scritto sotto forma di domande e risposte, ha fatto notare come il lavoro di un animatore sia particolarmente intenso a causa del fatto che, per produrre l’episodio di un anime della durata di circa trenta minuti, siano necessari circa tremila disegni. Il giornale ha sottolineato come, nonostante parte del lavoro d’animazione sia stato digitalizzato grazie all’utilizzo del computer, il tempo necessario per produrre l’episodio di un anime non si è ridotto.

L’Asahi Shimbun ha citato un sondaggio del 2009 della Associazione Giapponese degli animatori sottoscritto da settecentoventotto impiegati nel settore dal quale sono emerse le variazioni nel salario annuale di un animatore in relazione all’età. Gli animatori dai 20 ai 29 anni ricevono uno stipendio annuo medio di circa un milione di yen, pari a diecimila euro. Gli animatori dai 29 ai 39 anni ricevono circa il doppio dello stipendio e, in ogni caso, più del settanta percento degli intervistati si è dichiarato insoddisfatto del proprio reddito.

Nell’articolo sono stati citati anche dei dati relativi alle vendite dei DVD. A quanto sembra, le vendite in DVD delle serie animate non stanno crescendo e le stazioni televisive hanno cominciato a operare dei tagli sul proprio budget. Questo evidenzia ancora di più come sia difficile se non impossibile concedere agli animatori degli stipendi più alti. In aggiunta, l’abitudine di cercare in altri paesi asiatici manodopera a costo più basso sta man mano crescendo, rendendo ancora più difficoltosa la situazione degli animatori giapponesi.

In ogni modo, alla domanda legittima sul perché ci siano ancora così tanti animatori interessati a lavorare nel settore, la Asahi la risposto spiegando le ragioni degli animatori stessi. Molti hanno ammesso di amare il proprio lavoro e di giudicarlo un lavoro gradevole. Qualcuno l’ha anche definito la sua unica ragione di vita.

[Fonte | ANN]
[Fonte | Wikipedia]