Intervista a Junichi Sato

di tappoxxl Commenta

[Come ricordate, tempo fa vi avevo parlato della Rainbow Warrior, nave ammiraglia della flotta di Greenpeace ancorata a largo delle coste di Fukushima per raccogliere campioni marini da analizzare in cerca di livelli critici di radiazioni. Per i più smemorati ecco il link al vecchio articolo http://www.komixjam.it/greenpeace-governo-giapponese-blocca-ricerca-mare/.]

Oggi voglio riportarvi un’intervista fatta da Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia, a Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Giappone. Junichi Sato, assieme ad un altro attivista, Toru Suzuki, è noto al mondo intero per essere stato processato e condannato in seguito alle sue denunce contro il traffico illegale di carne di balena proveniente dal famoso “programma scientifico” creato dal governo giapponese in Antartide. Lo scorso settembre i due attivisti sono stati condannati a 3 anni di reclusione con sospensione della pena. I due furono incarcerati per 23 giorni e subirono una completa violazione dei diritti umani, nonché diverse ripercussioni nella propria vita privata.

“All’inizio è stata dura – spiega Junichi –  perché i media erano tutti contro di noi. Ci hanno trattato come dei criminali e su tutti i giornali è comparsa la notizia del nostro arresto e poi del processo. Ricordo una mattina una tv giapponese fuori da casa mia. Erano riusciti a scoprire dove vivevo. Dopo quel servizio la mia famiglia ha dovuto trasferirsi, tutto il quartiere sapeva chi ero e cosa stava succedendo. Fin quando le cose non si sono calmate, e non siamo riusciti a spiegare cosa stesse davvero accadendo, mia moglie e mio figlio hanno vissuto a casa della mia famiglia. Sono stati mesi duri perchè io, essendo sotto processo, non potevo cambiare indirizzo e così per un periodo abbiamo vissuto separati”. E aggiunge con un sorriso “Meno male che quel brutto periodo è passato”.

Ora, i due attivisti hanno fatto ricorso in appello chiedendo che venga riconosciuta la loro innocenza.

Junichi sembra essere molto positivo e dichiara: “Oggi giorno la situazione in Giappone, dopo il nostro processo, è ben diversa. A gennaio la stessa Agenzia per la Pesca Giapponese ha ammesso che vi sono funzionari corrotti all’interno del  programma baleniero, come noi denunciavamo da tempo. E la stessa opinione pubblica non è più così favorevole a questo programma. Speriamo che questa volta i giudici considerino tutte le prove che durante il processo non hanno voluto esaminare”.

Il 24 maggio i due imputati dovranno presentarsi nella corte della provincia di Aomori per la prima seduta della corte d’appello. Sato ci dice anche cosa ne pensa della caccia alle balene e cosa crede di questo “programma scientifico governativo”.

“Già quest’anno il fatto che la flotta sia rientrata prima del previsto dimostra che il programma è al suo termine. E adesso con i danni causati dallo tsunami e il disastro della centrale di Fukushima, ha ancora meno senso spendere i soldi dei contribuenti per la carne di balena. Abbiamo bisogno di tutte le nostre risorse per aiutare la popolazione a far fronte all’emergenza nucleare e ricostruire ciò che è stato spazzato via”.


Parole molto intelligenti e piene di speranza. Ma allora perché non concludere definitivamente la caccia alle balene?

“La verità – spiega Junichi – è che la caccia alle balene è strettamente legata alla cultura del Giappone. I vecchi funzionari dell’Agenzia per la Pesca ne sono stati per anni i promotori e non sono certo intenzionati a cambiare le cose o, per lo meno, a farlo fin tanto che questo appaia una sconfitta del governo giapponese di fronte alla comunità internazionale”.

Questa caccia alle balene sembra destinata a concludersi, nonostante le solide radici che affondano nella cultura giapponese. È importante che l’Agenzia della Pesca giapponese utilizzi i suoi fondi per aiutare i pescatori della costa, che, dopo lo tsunami dell’11 marzo, hanno subito danni incalcolabili alle loro imbarcazioni. È necessario inoltre che la contaminazione radioattiva venga affrontata con la dovuta serietà. Questo sembra essere un importante banco di prova per il governo giapponese. Se si comporteranno seriamente l’industria della pesca potrebbe tornare a fatturare come faceva prima, ma se sbaglieranno qualcosa tutto il mondo saprà e non ci sarà più futuro per i pescatori giapponesi.

[fonte – Greenpeace Italia]